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Eri.

Eri

Tic tac, tic tac.
Un vetusto orologio impolverato scandisce i secondi.
Pareti adorne.
Imposte chiuse e moccoli a brillar di tenue luce.
Sul letto a baldacchino, bardato di velluto porpora, un corpo. Un rantolo, l’ultimo. Il prete lo segna con la croce e gli abbassa le palpebre. Pianti intorno al letto. Così spira l’Esimio Professore Rossi Mario.
L’orologio si ferma con lui.

«Ora del decesso 21:40.»
«Una vita piena, si è spento serenamente.»
«Perché a 104 anni doveva fare storie?»

Indossa l’abito da cerimonia, scarpe lucide, stringe due borse da cui tracimano banconote.
Sorride il professor Rossi. Non è mai stato così bene.
«Tu chi sei?» Esordisce la Dama oscura.
«Esimio Rossi Mario!»
«Nome banale degno d’un comune mortale.» Stringe le dita scheletriche alla falce.
«No, io sono… »
«Eri.» Lo interrompe bruscamente.
«Io/»
La lama della falce taglia le ultime parole. «Eri. Sei vestito di tuo ricordo e porti i valori più cari. Non il sorriso dei figli, ma vile denaro, inutile dove andrai. Loro non piangono su Mercedes o in villa, ma ai piedi del padre.»
Gli occhi di Mario si velano di lacrime.
Morte annuisce, «Siete un dono di Vita, IL regalo speciale per me; eccola, all’inizio del tuo percorso, sorride come solo lei potrebbe.»
Lo avvolge nel mantello facendolo sparire. “Doni cari, custoditi per l’eternità!»
Un lungo inchino verso Vita.
«Finito con queste boiate?» Lo rimbecca Cronos. «Rendono la fine dolce. Non potrai mai capire, sei come sabbia d’una clessidra, scorri indegna senza ricordo d’un passato.»