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H.Q.

H.Q.

Helena Quinciò.
Camice bianco a nascondere i disegni nella pelle.
Occhiali camuffano lunghe ciglia mostrate di notte.
Sorrisi accondiscendenti celano i denti della belva notturna.
Due immagini distorte, sfocate della stessa persona.
La tenera dottoressa che infranse ogni barriera del cuore.
La piccola mano ausculta il battito.
Si poggia alle spalle, controlla il mio 33.
E tracciano due lettere H.Q. e un numero di telefono. Di un bar. Infimo e fuori mano.
È sera. I lampioni anticipano il percorso della mia macchina. Ligabue soddisfa il mio ego con Il meglio deve ancora venire. Solo moto parcheggiate fuori dal bar. Potrebbe essere stato un saloon qualche vita addietro. O forse lo è ancora.

Non ricordo d’aver varcato la soglia, né d’aver detto qualcosa o bevuto. No, non ricordo ma il terreno è freddo. La vista annebbiata, un profumo intenso sulle labbra e poi metto a fuoco dopo che ti slacci da questo bacio, umido, dal sapore metallico. Un sussurro rauco, ― sei stato bravo, parola di Harley Quinn. ― Gambe fasciate in latex lucido, il triangolo dei fianchi sale fino al tatuaggio. Vedo anche la moto, cavalcata da uno scheletro e fra le ossa ragnatele. I tacchi di H.Q. mossi verso la bestia metallica. Si piega, mostrandomi l’ingresso del paradiso, gira la testa ammiccando, lasciva da far schifo. ― Dove l’avrò messa? ― Armeggia nella borsa.
Mi sento ancora più debole.
― Eccola! ― Gioisce.
Ruota i tacchi, ― È solo per te! ― Il riflesso d’una pistola, il rumore del proiettile in canna, scocca un bacio e ― Adieu!

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