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Bollettino di guerra.

Fiamma

Le stoviglie tintinnano. Sedie strascicate, piedi sotto il tavolo.
In un giorno qualunque di fine estate.
Le stoviglie vengono lavate, asciugate, la tovaglia piegata e riposta.
Un giorno qualunque trasformato dell’arco di 3600 secondi, in giornate particolari.
Sterpaglie, alberi, campagne e case disabitate da anni.
E il fumo.
Un rivolo di fumo, guidato con maestria da un alito di vento.
Luci rosse e blu, divise con bande fluorescenti, rotoli di tubo e autopompe.

Altrove, il cantiere attende la fine dell’orario lavorativo di un blando venerdì.
Un messaggio, flebile ronzio, muta il corso del prossimo weekend di riposo.
Serve aiuto.

Intanto il fumo s’ingigantisce in pareti di fuoco, graffia pietra e mattoni. Vetri infranti, porte divelte e persiane cadute riversano la fuliggine all’esterno.
Mani guantate innestano tubi, spostano pietre, si tuffano nell’inferno.
Mani spoglie favoriscono acqua, consigliano stradine secondarie e si stringono su altre mani più delicate.
Il crepitio, l’odore di fumo e lingue di fuoco accompagnano la notte del venerdì.
Gli uomini con i rifrangenti domano, fra sudore e fatica, le lingue di fuoco.
Mutano il fumo in vapore.
Caschi sollevati, respiratori riposti, tubi riavvolti.
Sudore lavato via dall’acqua.
La gente, ora al sicuro, trasforma la paura in lacrime. Ricordi mutati in quelle goccioline.
Le due realtà, uomini in divisa e gente comune, si salutano con un monito:
Vigilate.

Stoviglie e sedie riprendono posizione per la cena. Dura poco.
Le fiamme, fameliche e insaziabili, rinascono alimentate dal legno antico.
L’uomo del cantiere attendeva il risveglio della bestia. Mette a disposizione scale, luci, ospitalità sul terrazzo per tutti; da chi cerca conforto, a chi dirige le operazioni.
Le fiamme divorano l’ultimo pezzo di una casa disabitata.
Notte fonda, rimangono solo i pochi residenti. Chiudono la giornata stanchi ma contenti dell’epilogo.

Mattina presto: L’operaio butta giù il caffè a muso duro.
Quel mattino assapora la frescura dell’aria. E del fumo.
Il tetto di una seconda casa, incollata a quella già divorata, decide di accendersi una marlboro, per mantenere il cliché del caffè e sigaretta.
Quasi sentivano la mancanza degli uomini in divisa. La distanza dalla casa abitata è ridotta al minimo. Cinque metri, il calore opprime anche le mura. Dopo aver fumato tutto il pacchetto, il tetto decide di fare conoscenza con il sottostante solaio di legno. Dalle braci emerge la bestia famelica, rossa come il sole, irrompe dalle finestre, ringhia il suo odio col forte crepitio, si nasconde dietro mura di fumo. Le divise la stanano, la costringono all’angolo, incuranti dei rischi e la rimettono a tacere, salvando metà del solaio.
La bestia è recidiva. Sguscia dalle macerie bagnate, per non destare sospetti lascia che il giorno scorra. Al rumore delle stoviglie addenta le ultime briciole del solaio.
Nell’ultimo round gli uomini in divisa decapitano la fenice. Abbattono il legno centrale prima che attecchisca sul terzo stabile abbandonato, solo uno sputo li distanzierebbe dalla casa abitata. Trentasei ore d’inferno. Due case. Ettari di terra arsa lasciata all’incuria. Ore di sgomento e coraggio.
Dire “grazie” è il minimo agli uomini in uniforme.

A volte ritornano.
Due giorni dopo una fiammella vagava ancora in quelle mura. Che abbia scelto il suo luogo di riposo?
Tornerà a mordere. L’attendono, risoluti a non cedere, come disse il legno rivedendola!

Racconti e Dialoghi
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