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La piccina & Albert

A volte ritornano…

Il mondo inizia a diventare un luogo complesso.
Lei/Lui, l’essenza con la falce, inizia a vederne i frutti crescere.

Lei/Lui sfrecciava sul cesso a pedali, trasformato per l’occasione in un cessalò, classico cesso a pedali ma simile a un pedalò, fra i flutti del Mar Baltico, schizzi di spuma bianca arrivavano sul volt… ehm sul teschio, ma non ne avvertiva la sensazione. Certo la visibilità dovuta alla maschera verde fosforescente non era delle migliori ma, incurante, continuava a sfrecciare. Cosa poteva accadergli? Di morire?
Un Morte che prende la Morte non s’è mai sentita. Mentre pensava a questa possibilità, non bisogna mai dare nulla per scontato eh. Ad esempio, Lei/Lui stessa era seduta sopra un wc, con dei pedali e un salvagente a forma di papera trovato per caso (Il volto della papera guardava verso dietro, Lei/Lui non aveva voluto eccedere con la pacchianità, che si sappia.) quindi per ogni cosa c’era una flebile possibilità.
Era nei pressi della costa svedese, quando alla maschera si attaccò qualcosa di bianco e molliccio, sorrise mentre ricordava qualcosa del genere accaduto quando era ancora una giovane e forte Morte. Stava facendo surf con una tavola arrangiata da qualche relitto, trainata da chissà quale bestia marina, ricordava ancora il flip su quell’asse mentre mamma Morte lo richiamava per fare attenzione. Neanche a dirlo, fece un capitombolo e, mentre riemergeva una medusa le si attaccò in faccia, sì, già, alle ossa facciali. Ricordava gli sberleffi dei cugini, per qualche secolo Morte Puttana glielo ricordò, cosicché non poté mai invitarla a bere qualcosa… era una scusa, avete mai visto un cranio trangugiare bevande? Ok, non avete mai visto un cranio dotato di vita proprio… Sorvoliamo.
Per fortuna in questa occasione non c’era nessuno dei suoi parenti, altrimenti avrebbero ricominciato. Prese con cautela quello che gli occupava la visuale. Non una medusa ma un sacchetto di plastica. Smise di pedalare e tolse anche la maschera, effettivamente gli davano un tocco di vitalità. Notò troppi rifiuti galleggiargli attorno. Riprese a pedalare, ancor più veloce.
Raggiunse la sua destinazione a mattinata inoltrata. 
Camminava fra i comuni mortali come nulla fosse. Mani allacciate dietro la schiena, si chinò un po’ e sussurrò alle spalle di una piccina.
«Ciao piccola.»
Il capino si sollevò verso l’alto lasciando cadere sulle spalle il cappuccio giallo, un largo sorriso.
« Salve.» La piccina sgranò appena gli occhi. «Sei tu?»
Lei/Lui annuì. «Così pare.»
«E se ti vedessero?»
«È impossibile, alcuni mi vedono come un comune passante ma si tengono distanti da me, altri per l’orrore non riescono neanche a vedermi, la loro mente obnubila la mia elegante esistenza.»
«E tu non sei qui per me, quel giorno quella che vidi io aveva un mantello argentato.»
«Esatto, Morte Aliena è sempre stata molto sgargiante nel vestiario, però non sono qui per portarti con me.»
«Qualcuno dei presenti?»
«No, sono qui per domandarti degli esseri umani. Del perché portano avanti la loro esistenza.»
«Me lo domando anche io.» Abbassò lo sguardo e sedette al bordo del marciapiede.
«Io ricordo cosa accadde al mio mondo. Non era più vivibile. Il nostro svilupparci nutriva una bestia insaziabile. E adesso…» Si girò a osservarla.
Lei/Lui prese posto al suo fianco, le dita tamburellavano sul cemento, le gambe avvolte nel saio marrone, s’incrociavano.


«Sei una piccina risoluta, ma gli umani vogliono obbligarmi a prenderli tutti.»
«Adesso parlano nel buco nero, del mio luogo di nascita, quelle particelle che girano sono le briciole del mio mondo.»
«Einstein ancora oggi si riconferma un genio. Lo ricordo, un tipetto molto curioso.» Il tono era riverenziale. «Quando lo presi fu colpa di un’aneurisma, conservo le sue ceneri, le aveva scommesse in una partita a scacchi prima di portarlo oltre i sogni.»
«Non permetterò che succeda di nuovo.» Strinse i pugni con fare risoluto.
«Ti auguro di farcela, altrimenti dovrò fare gli straordinari non retribuiti.» Aggiunse alzandosi.
«Ci riuscirò.»
«Ciao Greta, in bocca al lupo.» Disse tornando sui suoi passi. La piccina l’osservò allontanarsi senza aggiungere altro.


Alla DeatHouse.
«Vlad sono tornato.»
«Alla buon’ora!»
«Scusa per il ritardo.»
«Ormai è fatta. Dove sono?»
«Li ho lasciati all’ingresso.»
«Il datore di lavoro ne sarà contento.» Mentre si avviava verso l’esterno del fabbricato. L’ospite si limitò a seguirlo.
«Signor Potter, cose successo a questo thestral?»
«Sai com’è Ron, è stato un caso, non voleva.»
«È questa invece?»
«Malfoy odia i mezzosangue, se l’è presa con lui, povero.» Accarezza il cranio scheletrico della bestia adesso serpeverde.
«Ma è spruzzato di vernice verde e nera. Mi viene da piangere. E questa?»
«Cosa?» Chiede vago, talmente vago che sembrava un girovago.
«Questa qui!» indica una attaccatura nella fiancata dell’animale.
«Ah, quella… quella. Dopo che l’hanno spruzzata con la bomboletta siamo scappati, ci hanno inseguiti. Oh» Riprende con enfasi. «Inseguimento in vecchio stile, con tanto di magie e alla fine Hermione con una sportellate, li ha mandati a sbattere.»
«Il capo andrà su tutte le furie.»
«È stato un incidente. Chiedo scusa, pagheremo i danni.»
«Vattene, non vorrei che tornasse e si riprendesse il mantello dell’invisibilità.»
«Sì, forse è meglio. Grazie Vlad.»
«Sì, grazie a stoca.» (Antico ringraziamento a divinità ormai sconosciuta.)
Harry scompare con un colpo di bacchetta. Vlad osserva i thestral vandalizzati.
«Così ridotti, oltre che tutt’ossa, neanche per il macello sareste buoni… forse, e dico forse, come pezzi di ricambio!»


Un’eternità dopo, o forse minuti.
Il tempo non ha senso alla DeatHouse.

«Come nuovi. Rossi fiammanti. Ma io non vedo la pedalina della messa in moto e… attenderemo il ritorno di Morte.»
I thestral ormai confusi su cosa siano, in ordine hanno: nitrito, suonato il clacson e fatto un colpetto di abbaglianti.

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