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Té ai frutti di bosco.

Té ai frutti di bosco

Pulisco il bancone, inserisco le tazzine sporche nella lavastoviglie, pigio il pulsante.
La piccola saletta adesso è deserta. Posso fumare una sigaretta.
Prendo dal pacchetto una Marlboro rossa, l’ultima. L’accendo davanti l’ingresso del bar. Guardo brillare la punta della sigaretta. Devo smettere di fumare. Magari inizierò domani.
Da oltre il muretto noto Giovanni. “Proprio adesso che l’avevo accesa!”
Sale i tre gradini e mi guarda dalla punta dei piedi fino in volto.
― Fumi? Brutto vizio. ― strizza l’occhio con fare complice.
― Io? No. Fra una sigaretta e l’altra ho smesso. ― Un rapido sorriso, la butto per terra spegnendola con il tacco. ― Il solito?
― Mah, stasera un bel caffè macchiato di latte freddo con poca schiuma in bicchiere di vetro caldo con un po’ di cacao e granella di nocciola? Che te ne pare?” un largo sorriso sghignazzante.
― Non scherzarci su. La mattina in mezzo al caos capita pure di peggio.
Due colpi per svuotare il braccio della macchinetta, carico il caffè e avvio la magia. Una semplice polvere marrone si trasforma in una bevanda aromatica con pochi eguali.
Preparo sotto tazzina, cucchiaino, cioccolatino con chicco di caffè e un bicchiere di acqua frizzante. ― Et voilà.
Versa il dolcificante e lo scioglie con estrema cura, infine passa il cucchiaino sul bordo della tazza e lo beve avido.
Lascia un euro sul bancone. ― Il resto mancia, a domani ragazzo. ― E s’avvia oltre l’ingresso.
― Grazie e buona serata.
Adesso vediamo se una sigaretta posso fumarla. Prendo il pacchetto e niente. Fra un’ora chiudo e passerò a comprarle.
Tolgo il cestello dalla lavastoviglie e metto in ordine il suo contenuto.
Passi nei pressi delle scale. Continuo il mio lavoro ma dallo specchio osservo l’ingresso. Eccola, la mia Dea. Una tazzina decide di mettere alla prova i miei riflessi scivolandomi dalle dita. Per un pelo la prendo durante il suo folle volo verso il pavimento, ― Magari la prossima volta ti fai male. ― la sgrido come se potesse capirmi.
La Dea sorride del mio fare.
― Oh buona sera, non l’avevo notata, ero impegnato a salvare vite a queste monellacce. ― Uno sguardo minaccioso verso il ripiano delle tazzine. ― Vede sono diventate bianche dalla paura.
― Buonasera a lei, eh si, ha fatto bene. ― Quel sorriso, breve ma intenso, dal calore emanato avrà di certo colpa nel disgelo dei ghiacciai. E il profumo? Se potessi annusarlo a pieni polmoni, avrei in cambio il dono della vita eterna. Le sue mani affusolate si poggiano sul bancone. Devo stare calmo. ― Mi dica ― Il tono ha una parvenza di professionalità. Posso farcela.
― Un tè al limone, non credo lo abbiate ai frutti di bosco, vero? ― chiede titubante.
Osservavo il suo collo, liscio come legno appena levigato, cosa darei per poggiare le braccia e magari sciogliermi sulle sue spalle.
― Frutti di bosco? Credo di averlo visto ieri. Si accomodi mentre lo preparo.
Li trovo anche dovessi andare a raccoglierli metà in Perù e poi in Norvegia.
Toh, che cu*o, ho evitato di farmi millemila ore di volo.
Scaldo l’acqua, cioè l’acqua sta evaporando e io dallo specchio osservo il tubino nero che si permette di starle aderente su quel corpo. Passa la mano a portare i capelli dietro le orecchie, un gesto così casuale da richiamare tutti gli angeli a fare un coro alle mie spalle, ah no, è la radio. Metto la bustina in infusione, taglio due fettine di limone, per stavolta le dita sono salve, questione di millimetri per via dell’accavallamento delle gambe, dove stivaletti di pelle fasciano i piedi.
Inutile dire che potrebbe danzare il Tip Tap su di me. Anche con un tacco a spillo.
Le porto la bevanda, occhi nocciola su di me, cuore, non facciamo scherzi riprendi a battere eh. ― Grazie, ne sentivo proprio il bisogno.
A queste semplici parole i ghiacciai sono nuove isole caraibiche. Torno al mio posto, brutta bestia il surriscaldamento globale, allento il nodo del cravattino.
Fra le mani ho un calice da degustazione, non lo sto pulendo, il mio sguardo è dedicato a labbra sottili che baciano la tazzina, guardo il bicchiere pulito trasformatosi in un flute da champagne.
Le sue dita scorrono sul display del telefono. Muove passo verso il bancone, un accenno di sorriso, tutte le acque del pianeta hanno trovano nuova locazione in un altro pianeta, e muove le labbra.
― e allora? Stasera usciamo?
Mayday, Mayday, Houston ci sentite. Campanelli d’allarme dentro il cervello reclamano la mia attenzione sulle mani, sulla lingua.
Qui base, vi sentiamo, avete un problema al cuore, rimettetelo in moto.
Allunga la sua mano oltre il bancone, sono pronto a stringere quella forma perfetta.
Qui base, tenete allineato il cervello, mi sentite? Nessuna risposta, Bene, siamo fott*ti.
Un timido, ― Piacere Francesco! ― lei sorride.
Mi vedo sposato con lei, i nostri bambini belli come la madre, eccomi mentre modello una statua ciclopica per osannare la sua magnificenza.
Solleva poco più su la mano e mi lascia tre euro, mima con le labbra, ― Tieni il resto e ci rivediamo domani. ― e lascia l’ultimo sorriso.
Qui Base, Cervello rispondete… cervello…
I ghiacciai sono tornati al loro posto, gelidi come lo erano prima.
Il cervello ha appeso un cartello. *Silenzio stampa.*

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